Gruppi d'acquisto, accordo con la Palm di Viadana

IL GASALASCO, GRUPPO DI ACQUISTO OGLIO PO, ORGANIZZA “ORTI DIDATTICI, URBANI, SOCIALI E TERAPEUTICI” IN COLLABORAZIONE CON AZIENDE, ENTI PUBBLICI E SCUOLE CON LA FINALITA' DI DIFFONDERE NEL PROPIO TERRITORIO LA CULTURA DELL'AUTOPRODUZIONE DI CIBO VEGETALE SANO A KM ZERO ED ALLO STESSO TEMPO DI RICREARE QUEL SENSO DI COMUNITA' E COLLABORAZIONE TRA PERSONE, RICONETTENDO L'UOMO ALLA NATURA IN SENSO FISICO ED EMOTIVO.
 QUESTA INIZIATIVA PERMETTE AI VARI ATTORI COINVOLTI DI COLLABORARE FACENDO RETE SUL TERRITORIO.
I SOCI PRIVATI DEL GASALASCO POTRANNO REALIZZARE NEL PROPRIO BALCONE/CORTILE UN ORTO URBANO. 
LE SCUOLE PRIMARIE POTRANNO ORGANIZZARE CORSI DIDATTICI
LE AZIENDE POTRANNO ORGANIZZARE ORTI-UFFICIO E ORTI IN FABBRICA
I NEGOZI ED I COMUNI POTRANNO ESPORRE VASI ORNAMENTALI PER L'ABBELLIMENTO DELLE VIE DEL CENTRO E LA RIORGANIZZAZIONE DEGLI SPAZI VERDI. 
LE AZIENDE SANITARIE LOCALI POTRANNO ORGANIZZARE ORTI TERAPEITUCI PER IL RECUPERO DELLA SALUTE MENTALE
LE AZIENDE DEL TERRITORIO, FORTEMENTE IMPEGNATE IN ATTIVITA' ECO- SOSTENIBILI, FORNIRANNO IL MATERIALE ORGANICO ED INORGANICO NECESSARIO AL FINE DI SOSTENERE E PROMUOVERE L'OCCUPAZIONE LOCALE.




ATTUALMENTE LE AZIENDE COINVOLTE SONO:




La PALM SPA di Viadana (MN) da sempre impegnata nelle produzioni eco-sostenibili di pallet, che da qualche anno attraverso la Palm Design si occupa anche di creare prodotti di design e per la linea Orto e Giardino fornirà gli ORTOPALLET, contenitori di varie misure e forme, anche con ruote, da installare sui balconi, nei cortili e utilizzabili nei corsi presso le scuole.


L’Ortopallet e la linea Palm Design hanno le loro origini dagli scarti della produzione dei greenpallet, realizzati interamente con legname certificato PEFC/FSC proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile con garanzia di tracciabilità.
Quindi il prodotto è al 100% sostenibile, dalla sua progettazione alla realizzazione: utilizzo di energia rinnovabile durante il processo produttivo, l’impiego dell’LCA e dell’innovativo progetto di Carboon Footprint di filiera, in grado di rendicontare le emissioni di Co2 e l’etichetta ambientale AssoSCAI, un’innovativa forma di comunicazione ambientale che rendiconta l’intera filiera produttiva e crea un nuovo dialogo, trasparente e non fraintendibile, con il consumatore.
L’ortopallet è nato dall’idea di Palm di esprimere la necessità di imparare dalla natura e di focalizzare l’attenzione sull’educazione ambientale, sia nelle scuole, con cui sono state progettate numerose iniziative, sia con i cittadini responsabili.
Si vuole dare la possibilità a tutti i cittadini, anche a coloro che vivono in città, o in appartamento, di avere un orto a portata di mano e di riscoprire l’attenzione alla manualità., all'uso delle mani, ai gesti del lavoro, costruire da sè e consumare il proprio cibo, sano e pulito con la coscienza di essere parte di una filiera tracciabile e cerificata.
L’ortopallet è adatto per le colture di tutte le stagioni e può essere acquistato già montato oppure il consumatore può scoprirsi co-produttore e provare l’emozione di usare chiodi e martello per unire le varie parti dell’ortopallet e costruirsi l’orto in casa.
Per questo può essere un importante strumento formativo per i ragazzi delle scuole elementari e medie, ideale per realizzare laboratori ambientali e per avvicinare anche i più giovani all’importante tema della sostenibilità.
L’ortopallet dovrà essere riempito prima con uno strato di ciotolo drenante, indicativamente tra i 2 e i 6 cm di diametro, poi, per permettere al terriccio di compattarsi e non defluire in parte alle prime innaffiature dopo la sua collocazione nella cassa, potrebbe essere inserito uno strato drenante composto da pannolini biodegradabili e compostabili, tra la terra e il ciotolato. Quando questo materiale sarà degradato, la terra avrà preso forma e compattezza. La cassa dovrebbe quindi essere riempita con terriccio universale in quantità sufficiente a riempirlo fino ad un livello di 3 cm dal bordo, e piantumata con piante che non necessitino grandi profondità di penetrazione dalle radici, come ortaggi e fiori .

A breve inseriremo un'azienda Vivaistica... per terra, sementi e piantine.

Siamo in contatto con alcune realtà locali per realizzare un ORTO SCOLASTICO ed un ORTO TERAPEUTICO.



E IL GASALASCO VUOLE ADERIRE A:

Gli orti di Campagna Amica (Coldiretti)


Alcune definizioni utili


Con il termine “orto”, Campagna Amica si riferisce alle seguenti tipologie di esperienze:


Giardino condiviso (community garden o jardin partagé/collectif): coltivazione collettiva di un appezzamento di terra destinato alla produzione di fiori, frutta, ortaggi. Prevale la dimensione collettiva e partecipata.

Orto didattico: ha lo scopo di avvicinare i giovani alla conoscenza e al piacere del coltivare la terra. I ragazzi sono guidati nelle attività teoriche e pratiche sul terreno; generalmente ad ogni bambino viene data la possibilità di coltivare un pezzo di orto con metodi di agricoltura sostenibile (biologica o biodinamica), curarlo, seguirne la crescita nel corso dei mesi e raccoglierne gli ortaggi prodotti.
Orto sociale: area di proprietà comunale dedicata alle coltivazioni ortofrutticole e assegnate ai cittadini, generalmente in concessione gratuita, al fine di stimolare e agevolare l’impiego del tempo libero della popolazione in età pensionabile, in attività ricreative volte a favorire la socializzazione nonché la diffusione e la conservazione di pratiche sociali e formative tipiche della vita rurale.
Orto urbano: si intende un appezzamento di terreno, in territorio urbano, destinato alla produzione di fiori, frutta, ortaggi per i bisogni dell’assegnatario e della sua famiglia.
La cultura della campagna insegna, educa, condivide, forma. E i bambini imparano tanto dai suoi valori storici, economici e sociali, dalle sue tradizioni, dal suo legame con natura, dal rispetto per l’ambiente. Una società sempre più urbana, rischia di perdere i saperi che la campagna italiana ha appreso nel tempo e difeso, per questo è così importante dedicare attenzione alle pratiche contadine anche tra banchi e lavagne. Ed è bellissimo vedere i giardini delle scuole sottrarre all’incuria e vederli fiorire, diventando luogo elettivo per la formazione di bambini e ragazzi.
Allora, ecco in sintesi quali sono gli aspetti educativi che emergono dalla cura di un orto.

1. La socializzazione in questa età è fondamentale e in ambito agricolo si costruisce durante il lavoro comunitario. È fondamentale per gli scolari essere consapevoli che “insieme si costruisce qualcosa”. È un primo esercizio di democrazia; la potremmo chiamare la democrazia dell’orto.
2. La stagionalità è un elemento contrastante rispetto al modello predominante della società consumista del “tutto e subito”. Un orto insegna che i tempi e i modi sono fondamentali nella crescita di un progetto. Il valore della pazienza viene proposto ai ragazzi che, spesso, sono immersi nella fretta e nell’incapacità di attendere.
3. Il rispetto dell’ambiente è il valore di riferimento cui si dovrebbe puntare nel lavoro di un orto scolastico. Un obiettivo che si raggiunge con strumenti concreti: la compostiera, gestione biologica dell’orto, il risparmio dell’acqua, il riciclaggio dei rifiuti inorganici, studio della CO2 catturata ed emessa dall’orto, la tutela della biodiversità etc.
4. Il cibo diviene al momento della raccolta il fulcro dell’intero progetto:
• mangiare sano significa tutelare la salute;
• il lavoro e il sudore spesi valorizzano l’alimento a discapito degli sprechi;

• la fame nel mondo, vera vergogna dell’umanità, si combatte con politiche alimentari territoriali.



 Francesco Bevilacqua da Terra Nauta

L'orto può costituire infatti, un’alternativa su piccola scala alla grande agricoltura intensiva, basata su ritmi di coltivazione innaturali, sull’ampio utilizzo di pesticidi, fitofarmaci, fertilizzanti, strumenti atti a conseguire - secondo la logica capitalistica della “crescita a ogni costo” - il massimo rendimento per ettaro in termini di produzione, merce e quindi guadagno. 
È quasi inutile dilungarsi a spiegare le conseguenze negative di queste pratiche: alterazione dei cicli naturali, inquinamento del suolo e dell’aria, annientamento della biodiversità, fino ad arrivare alla commercializzazione di prodotti di qualità scadente, spesso addirittura dannosi per la saluta di chi li consuma.
Completamente diversa la sensibilità con cui il coltivatore dell’orto svolge il suo lavoro: anzitutto è del tutto assente la ricerca del profitto e dell’ottimizzazione della produzione, concetti inconciliabili con un approccio sincero ai cicli di produzione naturali. La cura dell’orto avviene attraverso metodi tradizionali, frutto dell’antica sapienza contadina, rispondenti a un’esigenza di semplice sostentamento e autoproduzione e permeati da un profondo amore e senso di gratitudine nei confronti della terra.
Ma i risvolti positivi in termini ambientali non si fermano al rifiuto della pratica intensiva e alla coltivazione di prodotti sani; gli orti urbani costituiscono un fondamentale polmone verde per le città e contribuiscono spesso al recupero di aree degradate, sporche e abbandonate della metropoli. A New York dal 1978 esiste Green Thumb, un’associazione patrocinata dal Dipartimento dei Parchi che, forte di 600 membri e un mercato di 20.000 persone, ha l’obiettivo di risanare zone degradate riconvertendole in orti urbani, i quali forniscono prodotti ortofrutticoli per mercatini biologici comunitari; oltre a questo, l’esperienza di Green Thumb (letteralmente Pollice Verde) fornisce spazi sociali per gli anziani, organizza feste per le comunità di quartiere ed elabora progetti di studio a contatto con la natura per bambini e ragazzi.


Insomma, gli orti rappresentano un tentativo da parte della natura di riappropriarsi dei suoi spazi in ambito urbano, degli spot - macchie - grazie ai quali essa ci aiuta a sopravvivere anche in quei luoghi da cui l’abbiamo completamente estromessa.
Sin qui abbiamo parlato del risvolto ambientale della faccenda, ma la realtà ortiva assume una grande importanza anche dal punto di vista sociale, o ancora meglio comunitario. Coloro che si dedicano maggiormente a questa pratica sono gli anziani - il 60% dei coltivatori degli orti urbani ha fra i 60 e i 70 anni, il 30% ne ha più di 70. Essi appartengono a una categoria troppo spesso dimenticata, forse perché - raggiunta una certa età - ha perso quella capacità produttiva che è oggi l’unica credenziale che permette di contare qualcosa nella società dei consumi, dove il sapere e l’esperienza non sono più un valore, tant’è che oggi non si parla più di sapienza ma know how - letteralmente “sapere come [fare qualcosa]” -, una dote finalizzata esclusivamente alla produzione. La coltivazione ortiva, ispirata ai principi dell’agricoltura permanente - la permacultura -, basata sul rispetto dei ritmi e dei quantitativi naturali e sulla condivisione delle risorse, non utilizza il know how, quanto piuttosto la vecchia saggezza contadina dei nostri padri e dei nostri nonni, frutto di una vita vissuta a contatto, in simbiosi e in osmosi con la natura.
Un ulteriore valore degli orti urbani è quindi quello di costituire un punto di incontro per la comunità, un impegno fruttuoso per gli anziani che, piuttosto che rinchiudersi in casa a fissare la TV (non per niente il declino delle esperienze ortive in Italia comincia dagli anni ’60, in corrispondenza del boom della televisione), escono nei giardini e nei cortili, parlano fra loro, si confrontano sui prodotti che coltivano, regalano al vicino il pomodoro più succoso del loro orto, mettono la loro frutta a disposizione dei ragazzi del quartiere per educarli a preferire prodotti naturali alle merendine confezionate piene di conservanti e coloranti. La comunità che coltiva gli orti costituisce quasi un rallentatore, un tentativo di riequilibrare i ritmi frenetici imposti dalla società moderna, che - come Tonnies ci insegna - sostituisce le relazioni meccanicistiche ed estemporanee ai legami sinceri, duraturi e naturali che animano invece la comunità.
Per concludere questa riflessione, ecco un breve flash sull’effettiva situazione della realtà degli orti urbani in Italia. Molti comuni, da una ventina d’anni a questa parte, stanno riconoscendo il valore di queste esperienze creando strutture apposite e indicendo bandi e concorsi per l’assegnazione e la gestione degli orti cittadini. A Torino, Treviso, Bergamo, Milano, Bologna ma anche in comuni più piccoli come Castenaso, Vedano al Lambro, Orbassano, Savona si stanno moltiplicando le iniziative e i programmi volti a favorire la diffusione di questa pratica.
Ognuno dà poi particolare rilievo a un aspetto particolare: il comune di Buccinasco insiste particolarmente sul valore in termini di socializzazione e risoluzione ai problemi di emarginazione di particolari categorie (anziani, invalidi, vedovi e vedove); a Milano si inseriscono gli orti nel progetto di un grande polmone verde, dotato di un percorso ciclabile e un’area boschiva; a Reggio Emilia sono coinvolti anche i giovani, che vengono educati alle pratiche sostenibili di autoproduzione e compostaggio; a Bologna l’artista Erica Zanetti ha realizzato, in collaborazione con il Comune, una mostra fotografica per conoscere la realtà cittadina, forte di più di 100 chilometri quadrati di terreni ortivi.
Il quadro complessivo appare quindi più che mai incoraggiante: un po’ tutti stanno cominciando ad accorgersi del piccolo miracolo degli orti cittadini, in grado di concentrare in 50 metri quadrati opportunità di decrescita, sostenibilità ambientale, occasioni di socializzazione e recupero dei valori comunitari.