Terremoto: gli errori dei giornalisti

I giornalisti fanno errori di terminologia quando parlano di terremoti, perciò sono uscite guide per non divulgare anche senza volere notizie erronee. Questa lista è utile anche per i lettori per riconoscere tali errori.
Dieci regole minime per giornalisti (e non) che devono o dovranno occuparsi della cronaca di un evento sismico.
 1. La magnitudo indica con un numero la stima dell’energia sprigionata da un terremoto. Non esiste un solo tipo di magnitudo, quindi non dire che un istituto ha registrato un dato diverso rispetto a un altro. L’INGV, per esempio, usa quasi sempre la magnitudo locale per i terremoti in Italia, mentre lo statunitense USGS diversi tipi di magnitudo a seconda della distanza e delle caratteristiche dei terremoti rilevati.
2. Oltre alla magnitudo, indica la profondità alla quale si è verificato il terremoto. È un dato importante per dare meglio l’idea di quali possano essere i suoi effetti.
3. Non confrontare terremoti con magnitudo simili avvenuti in diverse aree del mondo: gli effetti delle scosse sono determinati anche dalle caratteristiche del territorio, da come sono stati costruiti gli edifici e da altre variabili.


4. Fino a scosse di magnitudo 3.9 i terremoti sono definiti leggeri, e solitamente non causano danni. Se parli di “forti scosse” in assoluto per terremoti al di sotto di 3.9 fai solo inutile allarmismo.
5. La scala della magnitudo locale è basata sui logaritmi: un terremoto 4 è enormemente inferiore rispetto a un 4.5 (circa 5,7 volte meno potente). La scala, inoltre, non ha “gradi” ma “valori” (numeri puri, come un voto a scuola), quindi non dire “un terremoto di grado 4.3″.
6. Non confrontare due o più scosse parlando di diversa “intensità” della magnitudo. L’intensità viene utilizzata per indicare esclusivamente gli effetti provocati dai terremoti su paesaggio e strutture costruite dall’uomo (la scala più nota per l’intensità dei terremoti è la Mercalli – Cancani – Sieberg MCS).
7. I terremoti di maggiore magnitudo sono in genere seguiti da una serie di altre scosse. È opportuno chiamarle “repliche” e non “scosse di assestamento”.
8. Ricorda che “pericolo sismico” e “rischio sismico” non vogliono dire la stessa cosa. Il primo indica la probabilità che un certo evento si verifichi in una data area in un determinato periodo di tempo. Il secondo, invece, è la stima economica delle perdite riferite a un evento in un determinato periodo di tempo in una data area.
9. Evita modi di dire logori e a effetto come “la terra trema di nuovo”: è una fesseria. Viviamo su un pianeta geologicamente molto inquieto, che si muove in continuazione producendo catene montuose, il vulcanismo, le risorse che sfruttiamo (minerali, idrocarburi…), grandi terremoti e minuscole scosse. Non le avvertiamo, ma questo non significa che non ci siano o che in quei momenti la terra sia “ferma”.
10. Ci sono diversi studi che se ne stanno occupando, ma allo stato e con le conoscenze attuali, i terremoti non si possono prevedere.