Come e perchè si logorano i ponti

Di Maurizio Agostino
E stavolta tocca ai ponti. Siamo lungo la statale SP343R Asolana arteria che, scavalcando il Po’, collega la provincia di Parma con la lombarda Cremona, grazie a un lungo ponte. Costruito negli anni ’50 quando Gino Cervi e Fernandel, giravano la storia di Peppone e Don Camillo, oggi è chiuso per scongiurare il rischio di crollo. Mentre la responsabilità dei lavori rimbalza fra le province e le rispettive regioni le voci parlano di tre, e poi cinque, travi che non hanno più capacità di sopportazione del carico. Altri ponti nelle vicinanze mostrano le stesse criticità.
Manutenzione d’emergenza nel duemila quando furono applicate strisce di carbonio nella porzione inferiore della sede stradale, fasciati i pilastri e ingrossata la loro base, che comportò due anni di chiusura. Sono in corso gli accertamenti delle patologie e delle cause, ma per capirle è sufficiente un sopralluogo. Da sotto è possibile osservare lo stato del calcestruzzo attraverso le “finestre” ritagliate nel carbonio dagli addetti al controllo. Si riconosce subito un avanzato stato di “carbonatazione” con il ferro completamente esposto e arrugginito, anche la base dei pilastri, ingrossata sedici anni fa, ha crepe lungo l’intera circonferenza e presenta la cosiddetta “espulsione del copriferro”. Terminologia sconosciuta alla gente comune, ma di facile spiegazione.
Strutture come questo ponte, sono costruite in cemento armato, cioè calcestruzzo che ingloba al proprio interno un’armatura d’acciaio. Entrambi questi materiali, in teoria, dovrebbero vivere molto a lungo, ma in pratica le cose vanno diversamente. L’attività industriale e la combustione dei derivati petroliferi, producono una serie d’inquinanti fra i quali anidride carbonica e zolfo che rimangono sospesi in atmosfera. Tali composti, da soli, non sarebbero in grado di creare problemi al cemento armato, ma purtroppo sono ben solubili in acqua. Per questo motivo le goccioline d’acqua della nebbia, le piogge e le nevicate inglobano questi due elementi ripulendo l’atmosfera, ma proprio l’acqua, li veicola all’interno del calcestruzzo dove si trasformano in acido carbonico e solforoso. Essi provocano la ruggine nel ferro contenuto al suo interno, il quale aumenta di volume. Il calcestruzzo quindi crepa, fessura e si sbriciola. Tale fenomeno è noto con il nome di “carbonatazione”. D’inverno il sale sparso per sciogliere il ghiaccio e la neve, crea acqua salata che gocciola sulle travi amplificando gli effetti della carbonatazione.
La rete stradale italiana è stata progettata nel dopoguerra e costruita negli anni successivi, calcolata sul traffico di quel periodo. Oggi i transiti sono decuplicati rendendola obsoleta e inadeguata con materiali ormai a fine ciclo di vita. In Italia non esiste una cultura della manutenzione, che mai è applicata in maniera sistematica e precisa. Le opere più recenti, invece, sono state spesso costruite delegando ai controlli o applicandoli in maniera inadeguata. A volte volutamente. Le indagini sui calcestruzzi “depotenziati”, sui crolli del terremoto e dei cavalcavia autostradali hanno svelato quanto sia facile annacquare e truccare i controlli. Fino a quanto non esisterà una figura professionale indipendente il cui unico compito sia l’esecuzione dei controlli e la conseguente assunzione di responsabilità avremo sempre opere che “invecchiano” più rapidamente di come dovrebbero. All’estero questa figura esiste da anni. Licei ed istituti tecnici sono diplomifici e le università laureifici che, salvo rare eccezioni, sfornano tecnici con scarsissima preparazione sul calcestruzzo. Si aggiunga che per coloro che acquisiscono una professionalità, magari grazie a un vero master post-laurea, non vi è alcuna tutela. Un caso concreto sono le indagini non distruttive solitamente impiegate per verificare lo stato dei calcestruzzi e l’agibilità in casi come questo, esse possono essere eseguite e validate da tecnici che non abbiano sostenuto l’esame finale al termine del ciclo di lezioni. Sarebbe come abilitare alla chirurgia medica gli studenti che, durante gli anni universitari, si siano limitati a seguire le lezioni senza mai aver sostenuto gli esami di verifica”.